2.11.19

Peccatori a tavola

Il piccolo episodio di Zaccheo è una storia molto semplice, ma contiene alcune verità molto profonde per quanto riguarda la salvezza che abbiamo in Cristo.

Forse la più grande è che Gesù vuole fermarsi alla casa del peccatore e vuole mettersi a tavola con lui.

La situazione tra Dio e noi non è che dobbiamo aggiustare e purificare tutta la nostra vita prima di accostarci a Dio. Come dice Gesù alla fine del vangelo oggi:

«Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

L’inizio di ogni Santa Messa mette questa verità in evidenza, quando facciamo l’atto penitenziale con l’invito, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati.

Ma facciamo così non come qualche purificazione rituale, come se fosse necessario essere purificati e degni prima di metterci davanti a Dio, ma perché il riconoscimento di essere peccatori e quelli che hanno bisogno di salvezza ci mette nello stato d’animo nel quale possiamo accogliere il Signore Gesù che viene in ricerca del peccatore.

Quando Gesù si ferma alla casa di Zaccheo, la folla mormorava:

«È entrato in casa di un peccatore!».

Non capiscono la missione di Gesù, e hanno un’idea della religione infetta dalla mondanità. Perché nel mondo, quando si incontra qualcuno di grande importanza, è naturale che si prepara bene per presentarsi al meglio, educato, ecc. E quindi un’idea di Dio e un senso della religione troppo umano, troppo mondano, pensa che solo i giusti possono mettersi davanti a Dio. La verità, invece, è il contrario; è Dio che cerca il peccatore, e quando ci riconosciamo di essere peccatori, questo è il momento spirituale nel quale Gesù ci viene incontro e noi possiamo accoglierlo.

E come nel brano del vangelo, così oggi Gesù vuole mettersi a tavola con il peccatore. I peccatori, come abbiamo riconosciuto all'inizio della Santa Messa, siamo noi, e la tavola è qui, l’altare dal quale riceviamo il santissimo sacramento del corpo e sangue di Cristo. La tavola è stata apparecchiata dal mistero della sua Passione e Risurrezione, il mistero con il quale Gesù Cristo ha tracciato un sentiero attraverso la morte che abbiamo ereditato dai nostri primi genitori alla benedizione originale che aspettiamo, come dice il credo, del mondo che verrà.

Per avvalerci di questa grazia della vita eterna, ci vuole, dalla nostra parte, solo qualche piccolo gesto per superare la nostra natura, così debole, come Zaccheo salì il sicomoro. Quel gesto potrebbe essere uno sforzarsi per trovare un momento di preghiera durante la nostra giornata con tutte le sue distrazioni, oppure alzarsi per andare in Chiesa la Domenica, come tutti noi abbiamo fatto quest’oggi!

E trovandoci qui a tavola con Gesù Cristo, Lui stesso ci offre la grazia che ci fa passare dalla tristezza del peccato alla gioia della vita beata. Si tratta della gioiosa liberazione dal peccato in cui Zaccheo, così commosso, esclama:

«Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».

Di quale gioia, liberazione, o guarigione ho bisogno io oggi? Preghiamo il Signore nel nostro bisogno, e affidiamoci a Lui, perché qui, alla sua tavola, la sua parola è rivolta a ognuno di noi:

«Oggi devo fermarmi a casa tua».

Quella casa è qui, è il nostro cuore. Apriamolo, affinché Dio ci faccia la sua dimora. E se il nostro cuore sembra freddo o oppresso dall'oscurità, ricordiamoci il mistero del Natale che ci mostra che il Signore Gesù Cristo vuole nascere in un tale luogo.

28.9.19

La carità non abbia finzioni

XXVI Domenica, C

La parabola che la liturgia ci propone oggi, quello dell’uomo ricco e Lazzaro (Luca 16, 19-31), è molto particolare tra le parabole di Gesù.

Di solito, i personaggi nelle parabole non hanno nomi. Il seminatore uscì a seminare; un uomo aveva due figli; un mercante; una donna; un giovane; un tale, e così via.

E questo perché i personaggi nelle parabole sono persone qualunque; l’idea di una parabola è che noi ascoltatori possiamo metterci nella trama della storia e così scoprire per noi stessi, nella nostra esistenza, l’azione di Dio e la sua grazia che la parabola mette in evidenza.

Ma oggi abbiamo qualcosa di diverso. Certo, l’uomo ricco sembra un personaggio di parabola standard. Ma poi c’è questo Lazzaro. Qualcuno che ha nome. Non è la solita persona qualunque delle parabole di Gesù. È una persona specifica e concreta.

20.7.19

L'Accoglienza

Sul breve brano del vangelo di Luca che la liturgia ci propone oggi, quello di Marta e sua sorella Maria, esiste una lunga storia di commento e interpretazione.

Tuttavia, per una Domenica nell’estate romana, forse ci serve solo qualche piccolo spunto … e la Chiesa, come una madre tenerissima, ci aiuta in questo, dandoci una chiave di spiegazione nella prima lettura, quella dell’accoglienza e ospitalità.

(Come sappiamo, nelle Domeniche del Tempo Ordinario, la prima lettura e il vangelo vanno insieme, mentre la seconda lettura ha il suo proprio ciclo.)

23.3.19

L'Accompagnamento Divino

III Quaresima, C

Una parola “chiave” del momento presente di Papa Francesco e il suo pontificato è accompagnamento. Basta un’occhiata alla sua esortazione apostolica Amoris laetitia sull’amore nella famiglia; la parola “accompagnamento” e le forme del verbo accompagnare appaiano una sessantina di volte.

Ma anche se il dovere della Chiesa e i suoi pastori di accompagnare il Popolo di Dio è di grande importanza, deriva e viene da un altro accompagnamento molto più ampio e importante, cioè il modo in cui Dio stesso ci accompagna nel nostro cammino verso di Lui.

Si vede quest’accompagnamento divino nelle nostre letture oggi.

15.9.18

Fede e Opere

XXIV Domenica, B

Nella seconda lettura oggi abbiamo un brano famoso dalla Lettera di San Giacomo:

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? (2, 14)

Entriamo così nella storia spinosa della questione di fede e le opere. Come sappiamo, era una delle faccende grandi della cosiddetta Riforma protestante. Sappiamo inoltre che la Lettera di San Giacomo non piacque a Martin Lutero; lui che diceva sola scriptura la chiamò una lettera di paglia.

La prima cosa da dire sulla questione di fede e opere è che la salvezza non viene dalle opere. Non c’è nulla che potremmo fare per guadagnare né meritare la salvezza che abbiamo in Cristo. La salvezza è una gratuità, un dono che viene dalla bontà infinita di Dio, e la riceviamo noi non perché siamo buoni ma malgrado che siamo peccatori. Siamo salvi perché Dio è buono, e nonostante la nostra relativa bontà o cattiveria.

25.8.18

Massimo Amore

XXI Domenica, B

Molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Ma quale parola?

Si tratta della parola di Gesù che abbiamo sentito Domenica scorsa …

In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

21.7.18

Fede, Speranza, e Carità

XVI Domenica, B

All'inizio della Messa, abbiamo pregato la colletta:

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore,
e donaci i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.

La nostra fedeltà ai comandamenti di Dio dipende dall'ardore, dalla vivacità della nostra fede, la nostra speranza, e la nostra carità.

Sono le virtù teologali. Teologali perché riguardano Dio, e perché ci fanno capaci di vivere in relazione con la Santissima Trinità.

Cos'è una virtù?